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venerdì 29 aprile 2016

LA SINDROME DI STENDHAL (Solved)

INDICE DEI POST 

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Questo blog è un po' speciale. E' come scrivere i capitoli di un libro, per cui è opportuno, per poter capire il contenuto di un certo post, leggersi i post che lo precedono, altrimenti alcuni argomenti potrebbero risultare incomprensibili. Chiedo al cortese lettore di essere paziente e di spendere un po' del suo tempo per condividere con me i suoi commenti e le sue critiche, affinché mi aiuti a migliorare i concetti, il lessico, l'esposizione. 
Un sentito e cordiale grazie.

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L'UOMO DELLE STATUE

Questo era il titolo del post in origine.
Mi sono reso conto che sarebbe stato meglio, in considerazione del tema trattato, dargli un altro nome.
Nel WEB ci sono una marea di link a pagine che riportano la soluzione di un problema come driver video che non vanno bene per Windows 10, applicazioni che crashano...
Vari bugs che pregiudicano il funzionamento del sistema o di un'applicazione.
Vedi esempio QUI.
Quando il problema è stato risolto si mette accanto al titolo (solved).


Fino ad ora, per quanto mi risulta, non è stata data una spiegazione esaustiva della Sindrome di Stendhal. Molte ipotesi senza riscontri oggettivi.
Qui riprendo il tema e lo spiego illustrando i passi che hanno portato alla sua  soluzione.

Le cose che ho finora scritto sono abbastanza comprensibili per "gli addetti ai lavori", ma per chi si accosta per la prima volta con pazienza novizia ci vuole qualche tempo perchè possa capire.
 Come avevo preannunciato nel poster "ROOT" oggi parlerò della Sindrome di Stendhal attraverso un caso che mi è capitato tanti anni fa.
Ripropongo ora alcune eresie che immagino non essere condivise dallo statuto scientifico consolidato (che rispetto, ma che irriverentemente verifico...SEMPRE).
La scoperta delle impronte digitali ha permesso un enorme passo avanti nelle indagini criminologiche. Potremmo anche prendere le impronte degli alluci che sono equivalenti a quelle dei pollici, solo che è scomodo, ma se uno non ha le mani (e in questo periodo è possibile che qualche fanatico o qualche nuova finanziaria ce le tagli) allora vanno bene gli alluci. Da tempo le impronte digitali possono sostituire le password quando si accende il computer o lo smartphone.
Ci sono pure le impronte informatiche che si formalizzano come immagini mentali visive e auditive, per citarne solo due (ci sono  pure quelle cenestetiche, olfattive, gustative...) che quando si legano ad un certo stato emotivo talvolta provocano guai seri. Molto seri.


CHIMERA 


La Sindrome di Stendhal è un sintomo, non è una causa. E' una semplice e banalissima fenomenologia che si manifesta.. Meglio andare al link prima di andare avanti.

La spiegazione neurobiologica (quella più profonda):
"...La sindrome di Stendhal, anche se dalla sua prima descrizione ad oggi non è stata indagata approfonditamente dal punto di vista scientifico, per vari motivi appare francamente un fenomeno privo di una sua specificità psicopatologica"...
Non esiste!
Come il don Ferrante  di Manzoniana memoria che non credeva alla peste ma che poi ci muore, o come Pippo che fa venire il mal di fegato alla strega Nocciola sostenendo che le streghe non esistono.

Chi è colpito?
Il disturbo venne individuato ed analizzato per la prima volta nel 1977 dalla psichiatra fiorentina Graziella Magherini, che descrisse alcuni casi di turisti stranieri in visita a Firenze, colpiti da episodi acuti di sofferenza psichica.

Il caso che tratto è di un italiano.

La spiegazione psicanalitica:
"L'interpretazione della sindrome di Stendhal  si basa su diverse teorie psicoanalitiche dalle quali (...) ha estratto una formula che tenta di spiegare il rapporto tra fruitore ed opera d'arte: Fruizione artistica = Esperienza estetica primaria madre-bambino + Perturbante + "Fatto scelto" + "F", dove per esperienza estetica primaria madre-bambino è inteso il primo incontro del bambino con il volto, i seni e la voce della madre, rispecchiando così anche il primo rapporto con l'estetica ed il primo contatto con la bellezza...".


Le spiegazioni sono solo a livello descrittivo (o ipotesi senza dimostrazione), ovvero illustrano la fenomenologia dell'evento senza peraltro entrare nel metalivello della eziologia. Esattamente come fa il DSM IV (si tratta di un manuale che, in base a criteri statistici, raccoglie attualmente più di 370 disturbi mentali, descrivendoli in base alla prevalenza di determinati sintomi).  Vale anche per il successivo DSM V.


Quindi per passare dalla fenomenologia alla eziologia  cosa tocca fare?

Un passaggio logico, per esempio. Se qui non trovo una spiegazione vado logicamente da un'altra parte. Non indago se il sintomo "Stendhal" si è verificato a Dresda, Milano, Napoli o... Firenze (dove è nato quello che tratto). Oppure non indago i suoi valori ematici, la pressione o la sua pipì. 

Devo ampliare il campo di osservazione, 
magari utilizzando l'informatica: su quale icona clicca il tizio quando gli viene la sindrome? Dietro l'icona quale programma parte? Quell'icona ha un significato particolare PER LUI? 

Oppure quell'icona fa da starter ad un altro click su una icona nascosta (indirect activation). La psicologia evoluta definirebbe questo processo "associazione e spostamento". Ma click che attiva un altro click a catena fino al click sull'ultima icona è più semplice da capire.

Una certa psicologia umanistica molto avanzata denota questo come effetto rete, dove i click si espandono secondo una progressione logaritmica come i gossip, le maldicenze, Facebook, G+, Twitter....

Ma per la sindrome di Stendhal i click sono di solito solo tre e non in sequenza temporale contigua: il primo click è su un programma "run once" (si attiva una sola volta), e si formalizza come compilatore di una sequenza di azioni che sarà starterizzata da un particolare stato emotivo.

 Nel post in cui parlo della Vispa Teresa è spiegato tutto questo.

 Attenzione! Un particolare stato emotivo che solo ed unicamente in quel preciso momento si è verificato. E di quella situazione viene memorizzata una ed una sola immagine: quella che maggiormente attiva il "senso di colpa" e la punizione per l'azione commessa.
 Punizione che il soggetto ha realmente sperimentato e realmente sofferto non tanto fisicamente quanto invece emotivamente.
Connessa al senso di colpa (e alla punizione) c'è sempre la "paura": la paura che quell'evento si ripeta.
 Per cui basta una situazione che contenga anche un solo elemento di quella prima scena che subito scatta l'emozione legata a quell'immagine prioritaria suddetta.
 Il soggetto è incapace di sopportare l'impatto emotivo per cui si verificano le fenomenologie descritte su Wikipedia. Nel caso che tratto, un uomo che allora aveva circa quaranta anni, ogni volta che vedeva una statua sveniva. 

Ricapitolando: il primo click una volta sola e basta con il filtro sull'obbiettivo: immagine matrice.

Una volta e per sempre.

Il secondo e terzo in sequenza (quando capita l'occasione): analogia scenografica
CLICK EMOTIVO!
CLICK SINTOMO.
Prima c'è l'atto (il peccato) poi l'emozione.
Dopo, l'emozione è sufficiente a scatenare il sintomo.
Facile no?
Beh! Allora bastava Pavlov per spiegare la sindrome di Stendhal, potrà dire qualcuno. 
No non basta.
Qui non è una questione di solo atto riflesso. Qui si tratta dell'attivazione di un vero e proprio programma, anzi di una routine a triplo effetto:
senso di colpa_paura_sentirsi sporco
per  un'azione commessa:
 "Brutto sporcaccione come hai potuto guardare sotto le mutandine di tua sorella! Zozzone!"
"... Ma.... Ma.... Ma, è lei che se le è tirate giù"
"Sporcaccione! E pure Bugiardo!"


Allora questo signore, conosciuto oltre venti anni fa, stimato professionista specializzato in medicina e chirurgia, un giorno parlando del più e del meno, il discorso cade sulle malattie che la medicina non cura,  mi correggo, non guarisce. Tipo la bronchite cronica che per il fatto che è cronica significa che sta lì e non se ne va proprio. Si cura ma non  guarisce.
Pensate un po' se nel librone dei protocolli medici esiste quello che ci cura dalla "paura delle statue".
Non c'è di sicuro. Però la paura c'è. Eccome se c'è, con tutti i sintomi connessi...

Ho detto "paura"?

Sì,  la sindrome di Stendhal è una fobia come tante altre.

Solo, siccome per la prima volta l'ha descritta Stendhal che si trovava in gita culturale e aveva ammirato delle opere d'arte, allora questa fobia è diventata "sindrome".
Che poi sindrome non significa un fico secco! Vuol dire correre insieme
Ossia  più sintomi corrono insieme, oppure uno ha un sintomo e qualcuno un altro. Ma sempre ai sintomi ci fermiamo. E così tutte le altre sindromi. Per cui se ho un attacco di panico e mi trovo davanti alla Gioconda questo diventa la sindrome di Stendhal, se invece l'attacco mi prende mentre caca un cane allora è solo attacco di panico.

Dunque mentre si disquisiva sulle malattie inguaribili lui mi dice che da un paio d'anni a questa parte aveva cominciato ad avere paura delle statue, o meglio  non  poteva sopportarne la presenza, anche se chiudeva gli occhi. Da un po' di tempo in qua questo disturbo gli si era molto ma molto acuito. Io che stavo lì a fare il tirocinio come apprendista falegname  mi metto a fare consulenza a un dottore... Ma siamo matti!
Passano i giorni e entriamo in confidenza, e giù ancora con queste statue. 

Lo so che qualcuno di voi si starà spolverando le briciole di un immaginario panino pensando all'effetto trigger (vedi nota in calce). Ma mica ci siete solo voi!

Anzi se sbaglio, o posso dire meglio, correggetemi. Facciamo un buon servizio a chi queste cose non le sa ma sta qui a leggere le mie eresie.
Insomma, per non farla troppo lunga, gli propongo di fare un incontro ravvicinato di un certo tipo (non dite mai psicoterapia!).

Dice ok.

Mi comincia ad elencare gli ultimi luoghi dove si era sentito male.
E poi il sintomo a volte era un senso di vuoto e di smarrimento, a volte era come se stesse precipitando in un pozzo senza fine... Bla... Bla... Come se qualcuno lo stesse guardando.
 "Stop"! dico io.
"Dimmi chi ti sta guardando adesso".
"Te", fa lui.
"No un attimo fa"
"Oddio! Mi risento male!"
"Ma che hai visto?"
"Firenze"
"E allora?"
"Firenze"
"Chiudi gli occhi.  Adesso sei a Firenze. Dove ti trovi?"
"A Firenze... mi sento male..."
"Dove?"
(il tira e molla va avanti per un po')
e finalmente
"Davanti al museo archeologico, è chiuso, sono in ritardo..., mi sento davvero male"
"E' chiuso e tu..."
"Voglio entrare, ma è chiuso"
"Ma tu vuoi entrare!"
"Sì"
"E cosa fai per entrare"
"Cerco qualcuno che mi venga ad aprire"
"E dove si trova questo qualcuno?"
"Dietro il portone... spero"(incomincia a sudare)

"E.."
"Mi avvicino al portone e guardo attraverso il buco della serratura" (sta tremando)
"E..."
"Oddio! Davanti a me c'è un mostro!"




La paura improvvisamente diminuisce. Apre gli occhi e:

"Sì circa due anni fa mi trovavo in gita a Firenze e volevo andare al museo Archeologico, e quando sono arrivato lì il portone era chiuso e mi sono pure un po' seccato. Ho bussato ma era tardi. Allora per curiosità ho guardato attraverso il buco della serratura e mi si è presentata davanti "La Chimera"



che era posizionata proprio davanti all'ingresso.
Mi sono un poco spaventato ma non più di tanto. E la cosa è finita lì."

Dunque?

"Beh!  La mia paura è perché vedendo quella statua etrusca  ogni volta che vedo una statua mi scatta il meccanismo della paura che ho provato allora."

Ne sei certo?

"Sennò ?"

Niente, dicevo così.

"Grazie allora. Adesso questo fastidio dovrà per forza sparire visto che abbiamo trovato il perché"


Già

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Ma non finisce qui. Siamo solo a metà.

Il periodo di latenza del sintomo è stato interrotto due anni fa a Firenze.  Siamo risaliti alla scena dell'interruzione della latenza ma non alla scena della programmazione dell' emozione che scatena il sintomo. A Firenze è scattato l'effetto trigger per cui, attraverso un certo atto, si è riattivato lo stato emotivo programmato circa 30 anni fa. E quel certo atto NON C'ENTRA NIENTE CON L'AVER VISTO LA CHIMERA!
Ma proprio niente.
La Chimera è solo il back ground del palcoscenico, lo sfondo. E' solo una mera associazione come potresti ricordare quel cartello pubblicitario che stava lì quando c'è stato quello spaventoso incidente che per poco non ci rimettevi la pelle. Ogni volta che passi di lì e vedi il cartello non puoi fare a meno di ricordare e provare l'emozione di allora. E' una cicatrice nella memoria.
A differenza del cartello l'attivazione è indiretta. La sequenza non è
cartello_ricordo incidente_emozione.

Quello che conta è che hai avuto paura.

Ma la paura, nel nostro caso delle statue, è una paura trasposta che è stata provata guardando attraverso il buco della serratura, ed a questo buco è collegata la paura e la conseguente sindrome. La paura è quindi associata all'ultima sbirciata (trigger), proprio quella che il medico si ricorda di avere fatto.

Ciò che invece non ricorda è la prima sbirciata attraverso un certo buco. Sbirciata che fu scoperta, punita, colpevolizzata e poi archiviata nella memoria con l'attributo "hidden" (come per certi files di una cartella di Windows). La colpa e la paura sono stati allora così violenti che, direbbe la psicanalisi, sono stati rimossi.

Se dietro al buco della serratura ci fosse stato un cocomero invece della Chimera, e si fosse spaventato nel vederlo, allora il signore avrebbe avuto paura dei cocomeri, dei meloni, forse delle palle da bowling (quelle verdi). 
Quindi, egregio lettore, la paura che deriva dal senso di colpa non è mai originata da un oggetto (la statua) ma da un'azione (od atto) che il soggetto ha commesso e rimosso: La prima sbirciata

Dopo  due settimane ecco che ricompare.


"Mica funziona. Abbiamo solo perso tempo. Le statue mi fanno ancora star male"

Beh! siamo passati da "paura" a "star male", forse un passino è stato fatto.
o forse no "Mi fanno..."
Amico, gli dico, ma le statue non fanno male a nessuno; hai mai visto una statua picchiare un bambino o violentare una fanciulla?
Se pensi il contrario andiamo dai Carabinieri e così sporgi denuncia.

Il fatto è che credevo...

Te ne sei andato e basta e pure senza salutare (ti metto in colpa. Non è vero. Hai salutato e detto grazie). Che vuoi fare?

Silenzio.

Senti un pò ma ti è mai capitato di guardare dal buco della serratura prima di Firenze?
Che so...Qualche anno fa quando eri curioso... forse per certi rumori notturni. Rumori che di giorno non ti capitava di sentire.
Guardare dal buco della serratura per vedere che so, quello che per tutta la vita ha dipinto Degas **: le sue ballerine, a volte come se le osservasse nel loro privato attraverso il buco della serratura.








E certo che se lo ricordava. Eccome se lo ricordava.
E certo che se lo ricordava quello sganassone che la mamma gli affibbiò quando lo sorprese a guardare nella stanza della sorella attraverso il buco della serratura.
Aveva visto! Eccome se aveva visto! Mica una volta sola!
E che paura e che colpa si sentì addosso.
Da allora non si azzardò più a guardare dal buco della serratura... Fino al giorno in cui davanti al portone chiuso del Museo Archeologico di Firenze lo rifece.  Ed ebbe di nuovo paura. Ma il ricordo della sbirciata primaria rimase nascosto.

Ricordato questo... paura sparita. 

Ma che c'entra Stendhal in tutto questo?
E che ne so.

Come dice il saggio:

se hai capito allora hai capito.
 
Se non hai capito allora non hai capito.

 

La prossima volta non guardare dal buco della serratura.
Bussa due volte! Magari ti apre...

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NOTE

** Degas di "Femme a la toilette" ne dipinse e disegnò più di trecento ma solo poche opere furono messe in vendita come se questo tipo di ritratti li facesse solo per sé.
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Un semplice effetto trigger è il click su un'icona per far partire un programma, oppure
 il click sul Thumbnail (miniatura) per vedere l'immagine completa (tipo la ricerca Google Image) o far partire VLC (o altro player) per vedere un film.

Anche nei sistemi biologici viventi, cui appartiene l'uomo, può scattare questo trigger, come abbiamo appena visto. Esso scatta anche quando il sintomo non è una psicopatologia, come anche in tanti e tanti altri ambiti che ufficialmente sono di competenza medica. Competenza che però non ha le competenze informatiche per indagare il causante originario.

Le ultime frontiere di studio (eretiche!) che hanno indagato biologicamente questo effetto, a mio avviso sono tre:

1) un certo tipo di psicologia umanistica che studia l'uomo in senso Ontologico. Per cominciare  potete leggervi questi due libri : "La Psicosomatica" e "Casi Clinici" (fuori catalogo) di Antonio Meneghetti.
Prima leggetevi questo PDF gratuito.
Avrei qualche perplessità sulle "metastasi" perché tra l'altro non si tiene conto della tipologia del foglietto embrionale interessato che è il substrato filogenetico della specificità tumorale;
2) tutti i libri di "Hamer"  (eretico e perseguitato. Pure da "Mi manda Rai TRE").
 La materia è trattata a diversi livelli, da quello divulgativo fino a quello professionale. La prima delle cinque leggi da lui scoperte è proprio l'effetto trigger, trattato qui in maniera rigorosamente scientifica sotto il profilo medico, con tutte le evidenze cliniche. Questo approccio  sta avendo una diffusione esplosiva, e conta ormai centinaia di operatori del settore (e non) convertiti a questa nuova visione della medicina. Tra la miriade di argomenti trattati qui le metastasi sono anche viste sotto il profilo informatico della comunicazione medico-paziente: il medico, nel comunicare la sentenza di una diagnosi (a suo avviso) infausta sembrerebbe talvolta attivare dei processi emotivi generativi di ulteriori e differenti neoplasie. Tanto per far capire agli studiosi umanisti: si tratterebbe di semantiche provenienti dall'esterno che dànno origine ad un processo neoplastico totalmente autonomo rispetto ad altri già presenti. Si rientra nella fallacia logica ad verecundiam dell' ipse dixit (l'oncologo);
3) il già da me citato libro la "Biologia delle Emozioni"  di Daniela Carini, Fabrizio Camilletti, Vito Amelio. Un ulteriore valore aggiunto alla medicina di Hamer.

Non condivido la teoria di Pierre Janet 
e quella Psicotraumatologica che ancora parla di "sindrome" , (ASD, PSTD, Complex PTSD) ed eliminazione dei sintomi:
L'obiettivo dell'intervento psicoterapeutico di tipo psicotraumatologico è quindi quello di ridurre o eliminare i sintomi post-traumatici, anche attraverso un'integrazione e rielaborazione di un "significato coerente" rispetto all'esperienza vissuta. Nella maggior parte degli approcci psicotraumatologici, infatti, il trauma psicologico viene concettualizzato come l'impossibilità di costruire un significato coerente rispetto all'inaccettabilità ed inelaborabilità psicologica degli eventi occorsi all'individuo.


L'evento traumatico è costantemente connesso ad una determinata azione compiuta dal soggetto che non necessita di alcuna elaborazione per dargli un significato coerente.
E' semplicemente un atto compiuto nel corso di un evento realmente accaduto, vissuto e sentito come:
Pericolo/Paura
Senso di Colpa
Sentirsi sporchi


Un cordiale saluto

Daniele Bernabei